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L'eroe

 Vincent Van Gogh non è stato un grande pittore, non è stato un eccelso creatore. Comunque, non quanto vuole la moda. Eppure per milioni di persone è un mito, anzi un eroe. C'è feticismo attorno a lui. Van Gogh è l'eroe della borghesia (cioè del 95% di chi va in una città proprio per vedere una mostra di quadri di Van Gogh, paga il corposo biglietto e spesso acquista la borsa di tela con la stampa della casa gialla, o il segnalibro con la faccia mogia di Van Gogh, o la calamita con i girasoli acidi) è l'eroe dell'arte nella mente dei borghesi perché ha vissuto da pezzente (e al borghese piace vedere chi è pezzente, purché non sia lui stesso o un suo parente) e poi dai suoi quadri è nato un vortice di milioni di dollari ed euro (e il borghese onora chi o cosa produce denaro, fosse anche una malattia). Credo che se Van Gogh ascoltasse una guida che racconta i suoi quadri ad una mostra si chiederebbe: «Ma di chi parlano? Non può esistere un tale personaggio...»

La dedizione al peggio, secondo un grande storico dell'arte

 «Dopo la prima guerra mondiale, i più idoleggiati pittori, scultori, poeti, vollero alimentare il sentimento d'angoscia per il futuro col loro disprezzo per l'ordine sociale, la politica e tutte le arti che li avevano preceduti; e i critici elaborarono formule a esaltazione della loro rivolta.  Sin dal primo fiorire dell'arte greca, intorno al 700 a.C., le concezioni (ossia le convenzioni) visive sono state corrose e distorte dalla mania della novità, dalla presunzione di far meglio, da vari impulsi verso un più libero, più efficace, più proficuo esercizio delle proprie funzioni. Ma ciò accadeva in modo più o meno timido e inavvertito, e sempre nella speranza di perfezionare un dato ramo dell'arte: mai col deliberato proposito di buttare a mare l'accumulato tesoro di tradizioni e abilità duramente conquistate nel corso dei secoli.  (...) Soltanto oggi, per la prima volta nella storia, una tradizione classica di lunga data, con tutte le sue convenzioni di inestimabi...

Cosa de Chirico pensava di Cézanne e di Manet

«Quando si parla di pittura contemporanea tra intellettuali  è legge costante parlare di Cézanne. Se si piglia a quattr'occhi uno fra i tanti e, messolo con le spalle al muro e guardandolo bene in faccia, gli si chiede a bruciapelo: "ma mi dite un po' voi, che vi piace veramente  di Cézanne?.. E perché vi piace Cézanne?". L'interpellato allora fa una faccia brutta; lì per lì non sa cosa rispondere; cerca affannosamente nella memoria qualcuna di quelle classiche banalità che fanno il giro del mondo ormai da parecchi anni, parla confusamente di costruzione, di clima, di angoscia, d'inquietudine e d'altre fesserie della stessa risma e finalmente per cavarsela dichiara che Cézanne è stata una reazione necessaria al disfacimento della pittura, nato dall'impressionismo; dichiara ancora che mentre gli impressionisti cercavano la luce ed il colore, il maestro d'Aix cercava il volume  e la  forma (ma guarda un po' dove vanno a ficcarsi il volume e la fo...

Piacere? Mai!

 Un tempo (questo tempo è finito prima del 1915) i pittori riconoscevano al pubblico (cioè a chi non era pittore) una facoltà, la facoltà di poter giudicare i dipinti. Era dunque possibile che un quadro non piacesse , e dunque non sarebbe stato acquistato: il pittore ne aveva un danno reale. Con l'imporsi delle avanguardie (espressione della borghesia aggressiva), il pittore ignora il parere del pubblico e tiene conto solo del parere del commerciante e del critico professionista. Il pubblico è considerato come il contadino ignorante che dalla campagna cala in città per chiedere, confuso e spaventato, consigli all'avvocato o al medico. Al pittore non importa più che i propri quadri non piacciano ; perché - da un secolo ad oggi - la categoria del piacere è stata bandita dalla pittura. Ciò che per millenni è stata la regola nella pittura, oggi è considerato pochezza culturale, povertà intellettuale, insomma una debolezza. Il pubblico non deve avere reazioni estetiche davanti all...

Cézanne quale esempio

«Sono persuaso oggi che, in linea di massima, la modalità e l'efficacia distruttiva dell'espressionismo, del cubismo, del futurismo, del surrealismo e dell'arte astratta in genere, cominciò nel momento in cui i seguaci, in una generazione successiva, si rivolsero all'esempio sublime di Cézanne, con una tal quale mostruosa predilezione per quella parte di goffo e sgraziato che è presente nell'arte del grande Maestro, anche se contro la sua volontà.  E un'arte così tarda conteneva anche in sé l'incapacità di rappresentare la figura, per lo meno in uno speciale senso pittorico (e però la predominanza del pittoresco era sorprendente). Lo stesso Cézanne ha espresso, nei riguardi di una certa fiacchezza della propria opera un malinconico: je ne me suis pas réalisé. Questa frase che racchiude in sé, e conclude, un tragico tormento, vuole in realtà attestare: Io non mi sono "realizzato" in quanto non ho potuto "realizzare" pienamente, nei quadri ...

Così non sarò definito presuntuoso ignorante

 «Cézanne potrebbe essere considerato il primo incapace reclamizzato e lanciato come un grande maestro. È stato solo un pessimo dilettante ma tuttavia un uomo onesto perché confessava candidamente di non saper far nulla di buono». Giorgio De Chirico (1959). Dato che in arte, in Italia, solo i competenti per autorità  hanno diritto ad esprimere giudizi (e il giudizio di chi non è competente  riscuote sempre e solo un commento: "ma chi ti credi di essere?"), il mio giudizio sull'arte da Cézanne in poi sarà: «La penso esattamente come De Chirico».  Così, io non sarò ritenuto un presuntuoso ignorante e davanti al nome di De Chirico, chiunque dirà: "ah beh sì, De Chirico, beh sì De Chirico, però beh dai insomma.. De Chirico era De Chirico...". Il che significa, in buona sostanza, che De Chirico era una autorità riconosciuta  tale che poteva non onorare Cézanne, mentre chi non è De Chirico non ha questa prerogativa.  (Ma almeno non è più  considerato un...

Di odio e di imbecillità

 Dicono esista una categoria di persone (persone? davvero? sono persone?) chiamate haters ; sono quelle e quelli che dicono malvagità malignità cattiverie infamie ecc. in moltissime occasioni; pare siano specializzate/ti in odiare. La loro reazione più frequente e più intensa è detestare e accusare. Il tutto ovviamente si limita a pigiare tasti sulla tastiera del pc e scrivere biasimo e critiche contro qualcuno/a.  Prima che ci fosse la presente catastrofe politica, mentale, cognitiva e "spirituale", queste persone erano le malelingue  che soffiavano veleno tra pochi, in segreto, magari raccomandando discrezione, sputavano calunnie e meschinità, contando forse su una sorta di oscura complicità. Erano assai meno numerose, perché in fondo si vergognavano della loro meschinità. Oggi, l'anonimato li ha resi "coraggiosi" e garruli. Sono tantissime/i e non pensano affatto a quello che stanno facendo. Dedicano tempo a scrivere i loro deliri, ma non dedicano un secondo ...

La domanda fondamentale

 La domanda fondamentale, da cui tutte le altre sgorgano, è solo una, da sempre: perché la vita umana è intrisa d'orrore?

Arroganza lieta

 Tra l'azione di Duchamp che firma un orinatoio e lo dichiara oggetto d'arte e la scelta della cantante o attrice o "influencer" di dare al proprio figlio un nome insolito, strano, esotico c'è la medesima arroganza morale e la stessa bassezza culturale. 

Piacere e dovere

 Oggi (e questo oggi  è iniziato settanta anni fa) non si può usare la categoria del piacere parlando di arte. Dire «questo quadro non mi piace», «questa scultura non mi piace» è considerato atto rivelatore di povertà culturale, di sprovvedutezza culturale, di piccineria e ignoranza. Oggi l'arte non può e non deve piacere , ma deve essere "capita", "inquadrata nel suo contesto storico e sociale", "compresa come anello di una catena di cause-effetti che portano a certe consapevolezze". Tutto ciò mi ricorda i matrimoni combinati di cento anni fa; quando alla ragazza cui si imponeva un marito che lei mai avrebbe voluto, i genitori dicevano: "Vedrai che col tempo imparerai ad amarlo".

Cézanne e tutto il resto

In fondo, sono grato ad un insegnante universitario, R.B., che mi ha fatto scoprire (suo malgrado) la autentica indicibile genesi della sedicente arte moderna. Questo tale R.B. aveva un culto feticistico per Cézanne, di cui magnificava senza riserve tutte le opere. Lo proclamava il gigantesco fondatore dell'arte contemporanea; tutta l'attuale gloria nasceva da lui.  E poiché nella pittura è, almeno per ora, ammessa la libertà di pensiero, io guardavo quella roba (R.B. chiedeva a noi studenti di conoscere tutta l'opera di Cézanne, di cui dovevamo - per l'esame - riconoscere la riproduzione in bianco e nero  di un'opera a caso e ripeterne il commento fatto da R.B.), io guardavo quella roba e non mi piaceva . Cézanne è evidentemente incapace di dipingere, disegnava male, era un insicuro dilettante, non era in grado di costruire una prospettiva appena credibile, le sue realizzazioni in pittura hanno un esatto corrispettivo solo nei dipinti che i ferrovieri pensionati me...

Abilità e fortuna

 «Nella vita, come in ogni gioco il cui risultato dipende sia dall'abilità che dalla fortuna, la risposta razionale alle cattive probabilità è di riprovare mettendocela tutta». Marvin Harris, Cannibali e re.  Le origini delle culture , Milano, Feltrinelli, 1979, pag. 209

Morte dell'arte e morte della natura

 Nel passato, l'arte riproduceva ( imitava , si diceva) la natura. Il supremo potere della pittura era ricreare la natura nel dipinto; sono famosi gli aneddoti di una riproduzione così perfetta da non essere distinguibile dalla realtà: la mosca dipinta sulla tela che l'osservatore cercava di scacciare, credendola vera. Oggi, l'arte si allontana dalla natura e dichiara il suo disprezzo, il suo schifo per il reale.  La cosiddetta arte oggi è la secrezione della mente del cosiddetto artista; niente di più, niente di meno. Non è un caso fortuito il fatto che, in Occidente, l'allontanamento dell'arte dalla natura segua un percorso nel tempo che è esattamente sovrapponibile a quello del trionfo del capitalismo.

Dell'arte e di ciò che le sta attorno/3

La c.d. arte oggi (2025) è segnata da una brutta contraddizione: all'artista (ovvero: a colui cui è attribuito il titolo di artista da critici d'arte professionisti e mercanti d'arte) è  riconosciuta ogni libertà, anzi è tanto più artista quanto più è libero di ignorare o irridere a ogni canone artistico apparso sulla terra fino ad oggi: il c.d. artista può fare quello che vuole (da mettere merda in scatola e venderla a dichiarare opera d'arte sacchi e plastica abbrustoliti, o taglietti su una tela); il c.d. artista gode di una libertà assoluta (e questo mi trova del tutto d'accordo). Una simile piena libertà, però, non è riconosciuta al pubblico (chiamo pubblico tutta la gente che non fa parte delle categorie: critici d'arte professionisti e mercanti d'arte). Il pubblico non ha la libertà di dire chiaro e tondo che quella c.d. arte di cui sopra fa schifo ed è una porcheria miserabile. Se lo facesse, ci sarebbero diversi personaggi pronti a spiegare perché ...

Astrattismo

 «E il crepuscolo della pittura e della scultura è accadimento a tutti visibile. Non è l'angoscia per non poter più mai dipingere come Raffaello o Goya, congiunta all'impulso profondo di dover tuttavia continuare a delineare e a colorire e a plasmare la bella favola, rinnovandone, come si suol dire, le immagini e il linguaggio. Facili esclamazioni! L'astrattismo è uno di codesti linguaggi, e dichiara di spacciarsi del reale, ma si trova ad essere avvinto alla pura elementarità geometrica, resa puerile dalla vanagloria intellettuale, mesticata con simulazioni d'umiltà». Benso Becca, Vita sprecata di un italiano , Roma, Centro Editoriale dell'Osservatore, 1955, pag. 168

Dell'arte e di ciò che le sta attorno/2

 Un tempo (diciamo prima che i mercanti d'arte borghesi sostituissero i mecenati, le signorie, le corporazioni dei mestieri e la chiesa cattolica nel ruolo di committenti d'arte) un tempo, arte era ciò che il committente e il pubblico vivevano come opera d'arte.  Oggi è arte tutto ciò che viene decretato prodotto di un artista; cioè il solo elemento che conta ora è il sedicente/denominato artista. Una volta proclamato artista, tutto ciò che costui produce sarà ARTE. Due sole categorie (non so se più economiche o più culturali) hanno il potere di decretare chi è artista e chi no: i critici d'arte professionisti e i mercanti d'arte. Un tempo, occorreva andare a bottega, esercitarsi, provare, lavorare, creare per essere definito artista. Oggi la c.d. arte esiste solo per atto di autorità: è arte perché  deriva dall'artista (nominato tale da critici d'arte professionisti e mercanti d'arte; il pubblico non ha e non può avere questa facoltà).

Uno, nessuno, tutti

 Fra un gruppo di persone almeno trentenni, dite queste sole parole «Caro amico»; ci sono 90 probabilità su 100 che qualcuno/a dica «ti scrivo»; le probabilità salgono a 98 su 100 se consideriamo quelli/e che penseranno queste parole, senza pronunciarle. C'è una sciagura ancora più penosa e funesta della rinuncia alla cultura; è la certezza che la propria "cultura" sia la più comune forma di cultura: tutti sanno quello che io so, tutti pensano come me; chi sa di più, chi sa meglio e chi pensa diversamente (cioè elaborando più elementi) non mi interessa, forse non mi piace; la mia "cultura" va benissimo, anche se io riconoscessi che è scarsa, incerta, opaca, monca, zoppa: è la cultura che condivido con la gigantesca maggioranza delle persone. Dunque, va bene così. Non ho alcun motivo di occuparmene. In ogni modo, va bene così.

Relitti

 L'arte (e con questa parola oggi misteriosa e infelice indico tutto ciò che è consapevole creazione umana non tecnologica) l'arte oggi è ciò che i borghesi prima, i capitalisti poi vogliono che sia arte; dunque è esattamente il contrario di ciò che arte è stata per i primi tremilacinquecento anni di storia della civiltà umana. 

dell'arte contemporanea

«Se oggi il mio maestro Mavrudis fosse in Italia, potrebbe condurre a scuola tutti i nostri "geni" modernisti ed insegnare loro che prima di essere cezanniani, picassiani, soutiniani o matissiani e prima di avere l'emozione, l'angoscia, la sincerità, la sensibilità, la spontaneità, la spiritualità ed altre scemenze della stessa risma, farebbero meglio ad imparare a fare una buona e bella punta al loro lapis e poi con quella punta cercare di disegnare bene un occhio, un naso, una bocca o un orecchio». (Giorgio De Chirico)  

scrittore e società

 Uno scrittore è espressione del proprio tempo non più di quanto decida di doverlo essere.