Cosa de Chirico pensava di Cézanne e di Manet

«Quando si parla di pittura contemporanea tra intellettuali è legge costante parlare di Cézanne. Se si piglia a quattr'occhi uno fra i tanti e, messolo con le spalle al muro e guardandolo bene in faccia, gli si chiede a bruciapelo: "ma mi dite un po' voi, che vi piace veramente di Cézanne?.. E perché vi piace Cézanne?". L'interpellato allora fa una faccia brutta; lì per lì non sa cosa rispondere; cerca affannosamente nella memoria qualcuna di quelle classiche banalità che fanno il giro del mondo ormai da parecchi anni, parla confusamente di costruzione, di clima, di angoscia, d'inquietudine e d'altre fesserie della stessa risma e finalmente per cavarsela dichiara che Cézanne è stata una reazione necessaria al disfacimento della pittura, nato dall'impressionismo; dichiara ancora che mentre gli impressionisti cercavano la luce ed il colore, il maestro d'Aix cercava il volume e la forma (ma guarda un po' dove vanno a ficcarsi il volume e la forma); insomma sciorina una delle tante frasi lette e rilette e con tutto ciò non si riesce a sapere se il maestro d'Aix gli piaccia veramente e se gli piace perché gli piace. La verità è che in fondo non gli piace, ma non sa come confessarlo e specialmente ha una paura matta di essere preso per qualcuno che non capisce. La grande ammirazione tributata a Cézanne è dovuta al fatto che è più facile imitare Cézanne che imitare un qualsiasi altro pittore venuto prima di lui. Col pretesto di seguire la grande lezione di Cézanne si mira a scansare la difficoltà.  (...) 

A Cézanne va aggiunto Manet come caposcuola della decadenza della pittura contemporanea. Il primo ha dato il la al mondo dell'impotenza pittorica camuffata con la maschera della costruzione, della spiritualità, dell'angoscia, dell'inquietudine, ecc. e il secondo ha dato il via a tutta la pseudobravura e la pseudoeleganza della pittura salottistica. Ma la cosa più comica in tutto ciò è la tirata in ballo della tradizione italiana, naturalmente, con i nomi di Giotto, Masaccio e Piero della Francesca, È un modo come l'altro di voler ingannare il nemico e di voler nascondere le troppe deficienze pittoriche e la poca voglia di lavorare, altrimenti non ci sarebbe nessuna ragione, parlando di pittura d'oltre alpe, di non citare ad esempio Watteau, Fragonard e Boucher, o parlando di pittura italiana, di non citare Tintoretto e, più coraggiosamente, Tiepolo ed anche Salvator Rosa e Giacinto Gigante. (...)

Il critico moderno, l'intellettuale moderno, hanno terrore della pittura. Come il somaro sente l'approssimarsi del temporale, essi sentono che se il fatto pittura riesce finalmente a chiarirsi, a svilupparsi e a prender piede in modo definitivo e non con le solite balle dei neoclassicismi e dei ritorni alla tradizione, essi sono definitivamente fregati. Allora addio pretesti a voli lirici: addio critiche ermetiche, addio testi incomprensibili, addio prefazioni illeggibili; non più possibilità di fare gli intelligenti a buon mercato, i colti con poca fatica, gli sputasentenze senza correre nessun rischio. (...)»

Giorgio de Chirico, Discorso ai sordi (1941)

Commenti

Post popolari in questo blog

Cézanne e tutto il resto

Grandi editori e risate

Lo scrittore borghese, bassamente borghese