La dedizione al peggio, secondo un grande storico dell'arte
«Dopo la prima guerra mondiale, i più idoleggiati pittori, scultori, poeti, vollero alimentare il sentimento d'angoscia per il futuro col loro disprezzo per l'ordine sociale, la politica e tutte le arti che li avevano preceduti; e i critici elaborarono formule a esaltazione della loro rivolta. Sin dal primo fiorire dell'arte greca, intorno al 700 a.C., le concezioni (ossia le convenzioni) visive sono state corrose e distorte dalla mania della novità, dalla presunzione di far meglio, da vari impulsi verso un più libero, più efficace, più proficuo esercizio delle proprie funzioni. Ma ciò accadeva in modo più o meno timido e inavvertito, e sempre nella speranza di perfezionare un dato ramo dell'arte: mai col deliberato proposito di buttare a mare l'accumulato tesoro di tradizioni e abilità duramente conquistate nel corso dei secoli. (...)
Soltanto oggi, per la prima volta nella storia, una tradizione classica di lunga data, con tutte le sue convenzioni di inestimabile valore, è stata capricciosamente, beffardamente, rigettata. Il danno commesso non sarà rimediato con atti di contrizione di dubbia sincerità e con proponimenti di redimersi rientrando nel seno primigenio della Gran Madre. È stata rigettata la composizione, per cui già Degas mostrava un'avversione che a lungo andare conterà contro di lui. E a tale ostilità s'è accompagnato il preconcetto, non basato sull'osservazione ma sull'esasperazione dei sentimenti, che quanto è sordido, squallido, violento, deforme, bestiale, insomma che la bassavita, sia la sola realtà. Così i pittori hanno cercato ispirazione non fra i grandi maestri di ogni tempo, ma fra coloro - maestri, e non maestri - i cui soggetti alimentavano la rivolta contro i Greci. Hanno studiato Goya, Daumier, Lautrec e Forain: e più addietro nel tempo, le brutali e retoriche volgarità dei più crudi caravaggeschi; e ancor prima, gli imbrattamuri dell'XI e XII secolo, commoventi nel loro sforzo di esprimersi, ma ignoranti e incapaci, come aspirano ad essere i pittori dell'ultima generazione. Qualsiasi abuso della figura umana è stato predicato, messo in pittura, coperto di lodi. Nulla aborrito tanto, quanto l'essere accademico, ossia l'avere un'idea standardizzata, una convenzione riguardo al nudo. Il più dotato disegnatore oggi vivente (Picasso), ha fatto appello a tutta la sua maestria, per mascherare il suo reale talento, Forse, segretamente, egli disegna alla maniera ortodossa ciò che stravolge e indiavola poi quando dipinge: come Joyce il quale, a quanto mi hanno assicurato, scriveva in correttissimo inglese ciò che poi spezzettava in fricassea per darlo alle stampe».
Bernard Berenson, Vedere e sapere, Milano-Firenze, Electa editrice, 1951
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