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La dedizione al peggio, secondo un grande storico dell'arte

 «Dopo la prima guerra mondiale, i più idoleggiati pittori, scultori, poeti, vollero alimentare il sentimento d'angoscia per il futuro col loro disprezzo per l'ordine sociale, la politica e tutte le arti che li avevano preceduti; e i critici elaborarono formule a esaltazione della loro rivolta.  Sin dal primo fiorire dell'arte greca, intorno al 700 a.C., le concezioni (ossia le convenzioni) visive sono state corrose e distorte dalla mania della novità, dalla presunzione di far meglio, da vari impulsi verso un più libero, più efficace, più proficuo esercizio delle proprie funzioni. Ma ciò accadeva in modo più o meno timido e inavvertito, e sempre nella speranza di perfezionare un dato ramo dell'arte: mai col deliberato proposito di buttare a mare l'accumulato tesoro di tradizioni e abilità duramente conquistate nel corso dei secoli.  (...) Soltanto oggi, per la prima volta nella storia, una tradizione classica di lunga data, con tutte le sue convenzioni di inestimabi...

Cézanne quale esempio

«Sono persuaso oggi che, in linea di massima, la modalità e l'efficacia distruttiva dell'espressionismo, del cubismo, del futurismo, del surrealismo e dell'arte astratta in genere, cominciò nel momento in cui i seguaci, in una generazione successiva, si rivolsero all'esempio sublime di Cézanne, con una tal quale mostruosa predilezione per quella parte di goffo e sgraziato che è presente nell'arte del grande Maestro, anche se contro la sua volontà.  E un'arte così tarda conteneva anche in sé l'incapacità di rappresentare la figura, per lo meno in uno speciale senso pittorico (e però la predominanza del pittoresco era sorprendente). Lo stesso Cézanne ha espresso, nei riguardi di una certa fiacchezza della propria opera un malinconico: je ne me suis pas réalisé. Questa frase che racchiude in sé, e conclude, un tragico tormento, vuole in realtà attestare: Io non mi sono "realizzato" in quanto non ho potuto "realizzare" pienamente, nei quadri ...

Morte dell'arte e morte della natura

 Nel passato, l'arte riproduceva ( imitava , si diceva) la natura. Il supremo potere della pittura era ricreare la natura nel dipinto; sono famosi gli aneddoti di una riproduzione così perfetta da non essere distinguibile dalla realtà: la mosca dipinta sulla tela che l'osservatore cercava di scacciare, credendola vera. Oggi, l'arte si allontana dalla natura e dichiara il suo disprezzo, il suo schifo per il reale.  La cosiddetta arte oggi è la secrezione della mente del cosiddetto artista; niente di più, niente di meno. Non è un caso fortuito il fatto che, in Occidente, l'allontanamento dell'arte dalla natura segua un percorso nel tempo che è esattamente sovrapponibile a quello del trionfo del capitalismo.

Astrattismo

 «E il crepuscolo della pittura e della scultura è accadimento a tutti visibile. Non è l'angoscia per non poter più mai dipingere come Raffaello o Goya, congiunta all'impulso profondo di dover tuttavia continuare a delineare e a colorire e a plasmare la bella favola, rinnovandone, come si suol dire, le immagini e il linguaggio. Facili esclamazioni! L'astrattismo è uno di codesti linguaggi, e dichiara di spacciarsi del reale, ma si trova ad essere avvinto alla pura elementarità geometrica, resa puerile dalla vanagloria intellettuale, mesticata con simulazioni d'umiltà». Benso Becca, Vita sprecata di un italiano , Roma, Centro Editoriale dell'Osservatore, 1955, pag. 168